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Satelliti e materia oscura.

In un recente articolo sul New York Times, Paul Davies ha discusso  l’annuncio  di una squadra di astronomi, secondo cui vi sarebbero 40 miliardi di pianeti abitabili nella nostra galassia. E questo rappresenta già un grosso passo verso la possibilità della vita, includendo la vita intelligente, nell’universo.

Ma possibilità non significa probabilità. Per essere abitato, oltre che abitabile, un pianeta dovrebbe presentare condizioni adatte. Inoltre la vita vi deve essere emersa a qualche stadio. Darwin ci ha spiegato come si evolve la vita nel corso di miliardi di anni. Ma non si è mai esposto sulla questione dell’origine della vita stessa. Secondo il biologo premio Nobel Jacques Monod, la vita sorgerebbe inevitabilmente  in condizioni simili a quelle terrestri. Comunque questi sono solo i problemi ultimi. O di fondo, che spingono la ricerca sui pianeti extra-solari. Recentemente ne è stato individuato uno , con massa e densità simili alla terra, ma presenta condizioni a dir poco  infernali.  (vedi in questo sito “Esopianeta simile alla Terra, scoperto grazie a  spettrografo ‘italiano’”).

L’impresa è stata resa possibile grazie al veicolo spaziale Kepler della NASA. La rivelazione di pianeti extra-solari è particolarmente difficile, e si basa sulla diminuzione del flusso luminoso , registrato come proveniente dalla stella-sole, quando il mini-pianeta extra-solare si frappone fra la stella-sole e la strumentazione del veicolo spaziale.

Per utilizzare al meglio la raffinata e costosissima tecnologia messa in orbita a bordo del Kepler, si è pensato a un suo impiego ‘complementare’ rispetto alla ricerca di eso-pianeti. E cioè di tentare di osservare non una diminuzione, ma un aumento del flusso luminoso, dovuto all’effetto lente provocato da un buco nero, che si è trovato a passare nella visuale del satellite (quello della NASA), con il suo intenso campo gravitazionale, capace di deviare e concentrare i raggi luminosi.

In particolare è stata data la caccia ai cosiddetti buchi neri ‘primordiali’. Se effettivamente ‘primordiale’, un buco nero del genere sarebbe riuscito a sfuggire ai meccanismi della nucleosintesi, quelli che hanno avuto come effetto ‘evolutivo’ la formazione della materia ordinaria, o barionica, composta di protoni e neutroni. Invece questi buchi neri  ‘primordiali’ si sarebbero ‘evoluti’ verso forme di materia non ordinaria. Di qui la loro attuale posizione di candidati al ruolo di materia oscura. Di quest’ultima è noto ben poco.  Dovrebbe avere una densità universale, superiore di cinque volte alla materia ordinaria. Non si sa neppure se sia formata di particelle microscopiche, oppure di corpi o ammassi macroscopici.

A tutt’oggi sono stati proposti molti candidati al ruolo di materia oscura, incluse le particelle cosiddette supersimmetriche, ancora non rivelate a LHC. E i buchi neri ‘primordiali’ figurano fra i pretendenti a questo ruolo. Gli strumenti in orbita su Kepler però,non ne hanno trovato traccia, pur avendo funzionato bene nel corso degli ultimi quattro anni. E dopo aver monitorato 150mila stelle alla distanza di circa 3200 anni-luce.

Lanfranco Belloni

Per leggere l’articolo: Phys. Rev. Lett.

25 novembre 2013
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