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I display olografici che ci faranno girare la testa

Passata la sbornia dei film in 3D, con annesso mal di testa per gli spettatori, un recente articolo pubblicato dall'autorevole rivista Nature descrive dei nuovi display olografici a colori a basso costo sviluppati dal prestigiosissimo MIT Media Lab. Cosa bolle in pentola? Cosa spinge il MIT Media Lab a divulgare liberamente le caratteristiche di un dispositivo dal grande potenziale commerciale, rischiando così di avvantaggiare la concorrenza? Cosa spinge Nature a snaturare il suo nome e ad occuparsi di applicazioni tecnologiche rivolte al mercato consumer? Per provare a rispondere a queste domande è opportuno provare prima a capire chi sono Nature e MIT Media Lab.

Di fatto, Nature è una delle più autorevoli riviste scientifiche interdisciplinari del Mondo. Negli ultimi 140 anni ha riportato alcune tra le più importanti scoperte scientifiche dei tempi moderni, tra i quali il famoso esperimento di Davisson e Germer sulla natura ondulatoria delle particelle e la ricostruzione della struttura tridimensionale del DNA di Watson e Crick. Al contempo Nature svolge una meritoria discussione critica di temi di attualità, come gli aspetti etici nella ricerca e le politiche di finanziamento nazionali e internazionali della ricerca. Negli ultimi dieci anni il Nature Publishing Group ha però intrapreso una politica commerciale aggressiva di sfruttamento del proprio marchio editoriale. Questa politica, molto discussa, l’ha portata a incrementare a dismisura il numero di testate del gruppo con lo scopo di diventare il gruppo editoriale di riferimento per la pubblicazione di articoli di grande impatto in numerose discipline scientifiche.

MIT Media Lab è invece un modernissimo laboratorio del Massachusetts Institute of Technology, dichiaratamente anti-disciplinare, che sviluppa tecnologie dirompenti con l'intento pedagogico di rendere gli utenti finali dei creatori e non solo dei consumatori. Addirittura MIT Media Lab coinvolge gli utenti finali anche nello sviluppo e nel finanziamento dei prodotti, adottando uno schema innovativo di "Crowd-funding", nel quale il capitale per il finanziamento della start-up company che si occuperà dello sviluppo e della commercializzazione dei prodotti proviene direttamente  dagli utenti finali (link to http://www.kickstarter.com/pages/mitmedialab). Questo schema di finanziamento, appoggiato all’ormai famosa piattaforma Kickstarter, elimina il passaggio attraverso i grandi investitori e permette di raccogliere rapidamente capitali dell’ordine di qualche milione di dollari, a fronte di un rischio imprenditoriale molto limitato. I problemi di protezione delle invenzioni tramite brevetti sono spesso risolti adottando un altro schema innovativo che si sta diffondendo a macchia d'olio: quello dell'”hardware open-source”. Di per sé può sembrare un'assurdità rendere liberamente disponibile a chiunque la propria invenzione. Di fatto, l'esempio tracciato da prodotti come il microcontrollore "Arduino"  ha mostrato come una divulgazione libera di questo tipo permetta di incrementare a dismisura il numero di potenziali utenti del prodotto, ritagliandosi così un'ampia fetta di mercato grazie alla leadership che l'inventore originale riesce spesso a assicurarsi nel settore.

Metti insieme due “brand” prestigiosi della caratura di Nature e MIT Media Lab e il risultato nel promuovere nuovi prodotti diventa potenzialmente esplosivo. Per ora il primato di "trend-setter" di prodotti tecnologici spettava alla famosissima rivista "WIRED", creata dal visionario Nicholas Negroponte, che incidentalmente è anche uno dei fondatori del MIT Media Lab. Che Nature abbia deciso di invadere una nuova nicchia merceologica, facendo leva sull'autorevolezza del proprio marchio? Fatto sta che l'ultimo numero della rivista descrive un nuovo schermo olografico sviluppato da MIT media LAB, che permette una visualizzazione tridimensionale di filmati a colori, nel senso che lo spettatore può spostarsi e assistere alla scena da punti di vista diversi. Gli schermi 3D tradizionali presentano invece semplicemente due immagini diverse ai due occhi, creando un’illusione di profondità indipendente dalla posizione dell’osservatore. Utilizzando modulatori spaziali di luce a cristalli liquidi, oppure dispositivi a micro-specchi, altri ricercatori avevano già mostrato come fosse possibile modulare la fase della radiazione luminosa in modo da creare immagini olografiche monocromatiche. Il nuovo display sfrutta invece dei modulatori acusto-ottici nei quali la fase della luce viene alterata creando un’onda acustica all’interno di una guida d’onda anisotropa. La struttura intrinsecamente analogica del modulatore non pone i limiti di risoluzione dettati dalla struttura discreta a pixel dei modulatori tradizionali. La caratteristica più strabiliante del nuovo modulatore è però che è in grado di diffrangere contemporaneamente la luce di colori diversi, senza usare canali separati per ogni colore, permettendo così di ottenere immagini olografiche policromatiche ad alta risoluzione con una frequenza di aggiornamento dieci volte più elevata dei modulatori tradizionali.  Il maggiore limite dei nuovi display è al momento rappresentato dal limitato angolo visuale, dell’ordine dei 26°, che l’immagine generata sottende nel campo visivo dello spettatore, caratteristica che impedisce un’efficace immersione dello spettatore all’interno della scena.­­ I ricercatori del MIT Media Lab nel loro articolo specificano però come stiano studiando schermi larghi mezzo metro, che prevedono potranno essere presto realizzati con un investimento inferiore a 500$.

Quali inesplorate emozioni ci assicurerà il nuovo display olografico? Troppo presto per saperlo, ma per molti, me compreso, sarà difficile riuscire a resistere al richiamo che potrebbe trionfare nel corso della campagna di lancio del prodotto: "Developed by MIT Media Lab! As featured in Nature!"

Alberto Vailati

 

per leggere l'articolo: http://www.nature.com/nature/journal/v498/n7454/pdf/nature12217.pdf

25 giugno 2013
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